BREVE STORIA DELLA CHIESA DI S. TROVASO
La dedicazione
La chiesa di San Trovaso è dedicata a due santi: Gervasio e Protasio. Secondo una tradizione non confermata Gervasio e Protasio erano due gemelli, figli dei santi Vitale di Ravenna e Valeria di Milano. Dopo il martirio dei genitori, essi ne distribuirono i beni ai poveri e si fecero battezzare
Denunciati da un comandante dell’esercito imperiale per la loro conversione, subirono il martirio per aver rifiutato di offrire sacrifici agli dei pagani.Gervasio morì torturato mentre il fratello fu decapitato.
Secondo la tradizione, nel 386 i loro corpi furono ritrovati e traslati nella basilica ambrosiana il 19 giugno, data in cui vengono commemorati anche oggi.
La tradizione vuole che San Vitale e i santi Gervasio e Protasio siano legati da un legame di parentela. Alcuni storici ritengono che la chiesa di San Vitale, situata sulla riva opposta del Canal Grande, sia nata quasi come “gemmazione” di quella di San Trovaso.
Gervasio e Protasio non sono, però, i soli titolari della chiesa.
L’edificio, fondato nella prima metà del IX secolo, fu intitolato ai santi Gervasio, Protasio e Crisogono.
In quell’epoca, infatti, erano qui conservate anche le spoglie di san Crisogono, che divenne contitolare della chiesa.
Le spoglie scomparvero la notte del 12 settembre 1583, quando la chiesa crollò: un cittadino di Zara trovò le spoglie del Santo e le portò nella sua città, dove tutt’ora sono custodite.

Le origini
La prima fondazione della chiesa va fatta risalire all’VIII secolo.
Una data di fondazione così antica fa supporre che molte furono nel tempo le ricostruzioni, la cui successione può essere ricostruita grazie a fonti iconografiche e documentarie, nonché attraverso le notizie di vari incendi che ebbero luogo in città..
Nel 1500, nella pianta di Jacopo de’ Barbari, la chiesa è rappresentata a tre navate, con il lato destro porticato, dove erano collocati tombe, lapidi e forse anche altari. L’interno era affrescato e la cupola presentava decorazioni musive.
Sottoposta alla giurisdizione del Patriarca di Grado, dipendeva anche dal vescovo di Castello, una situazione anomala, che ebbe termine nel 1451, con l’istituzione del Patriarcato di Venezia, nato dall’unione dei 2 sopra citati patriarcati.
Nel 1583 l’edificio crollò e il 26 luglio 1584 fu posta la prima pietra dell’attuale edificio.
Già prima del crollo, l’edificio si trovava in condizioni precarie e, per molti anni, si pensò che il progetto di rifacimento fosse di Andrea Palladio, che lo elaborò prima della sua morte, avvenuta nel 1580.
La ricostruzione sarebbe quindi iniziata nel 1584, utilizzando i disegni del Palladio, con l’apporto di alcune modifiche, in particolare per i prospetti esterni, giudicati negativamente dalla critica del tempo.
Piuttosto fedele al progetto originario sarebbe stato il corpo centrale della chiesa e le cappelle, in cui il Palladio avrebbe mantenuto le proporzioni di quella preesistente del Santissimo Sacramento.
Nel Novecento si scartò l’ipotesi dell’attribuzione al Palladio, affidando la paternità del progetto a un allievo, Francesco Smeraldi.

L’architettura
L’edificio è caratterizzato da due prospetti simili e di uguale importanza: entrando dal campo si ha la visuale verso l’altare maggiore. Entrando dall’ingresso lato canale si ha la visuale della cappella del Santissimo Sacramento.
Serrate tra le case, le due facciate a capanna sono divise in un doppio ordine di lesene e in due strette ali raccordate nella parte superiore da elementi curvilinei. La facciata sul campo è a capanna a doppio ordine, affiancata da due strette ali sottolineate da lesene con capitelli corinzi, raccordate nel secondo ordine alla parte centrale da elementi curvilinei a doppia voluta.
Il campo è rialzato rispetto alla riva: conteneva infatti il sistema di purificazione delle acque piovane convogliate nel pozzo centrale. Il prospetto, concluso da un timpano triangolare, è caratterizzato da un rilevato portale e da un grande finestrone termale che occupa l’intera superficie della parte superiore.
L’interno della chiesa, a croce latina, è a una navata con cappelle laterali, transetto e presbiterio absidato. Il soffitto è a volta.
Dell’antico edificio rimasero parzialmente in piedi solamente la cappella del Santissimo Sacramento (transetto sinistro) e la cappella Milledonne (cappella sinistra del presbiterio). I dipinti qui collocati furono infatti recuperati e in parte posti nelle rispettive cappelle.
Poche altre opere si salvarono, tra queste vi è il dipinto di Michele Giambono con San Crisogono a cavallo. Una volta conclusa la nuova costruzione si provvide a dotare la chiesa di nuovi altari, risalenti agli ultimi anni del Cinquecento o ai primi del Seicento.
L’opera più nota situata a San Trovaso è senz’altro l’Ultima Cena di Jacopo Tintoretto, databile agli anni successivi al 1556. Davanti ad essa è posta la Lavanda dei piedi, dello stesso autore, non originale, eseguita nei primi anni del Settecento, quando la cappella fu interessata da lavori di restauro e i quadri laterali furono staccati. Il dipinto originale è identificato con quello conservato dal 1882 alla National Gallery di Londra.